Il maestro di go, di Kawabata Yasunari

L’atmosfera di questo romanzo lento e riflessivo, vi accompagnerà verso il tramonto della letteratura giapponese intesa come esperienza estetica e vi indirizzerà verso l’alba di una letteratura diversa che Haruki Murakami e Ryu Murakami incarneranno alla perfezione. kawabata1

Lo scrittore ci porta all’interno di un albergo tradizionale giapponese, dove il maestro Shusai, campione indiscusso del gioco del go, conduce la sua ultima sfida: una partita di go che durerà sei mesi e che rimarrà negli annali di quest’arte. Il punto di vista è quello di un cronista inviato dal proprio giornale a raccontare lo scontro tra l’ultimo Hon’inbo, meijin o meijingodokoro e quello che viene considerato il suo successore, il VII dan Otake (Kitani Minoru). Vi preannuncio che vi affezionerete sia al cronista che al maestro Shusai, perché chi narra la vicenda, incarna lo scrittore e questi ha un modo di raccontare gli eventi e di parlare del meijin, particolarmente celebrativo, che si contrappone alle descrizioni sobrie degli interni.

Se vi  state chiedendo: “ma questo libro narra lo svolgersi di una partita di go e basta?” La risposta è no. Il romanzo racconta la decadenza di un rituale estetico a favore di un modernismo pragmatico e efficiente, dove chiaramente l’autore patteggia per il maestro Shusai e dove ci viene presentata la fine di un’epoca, lo struggimento per la perdita dei valori e del rispetto verso i maestri anziani a favore di un modernismo forzato che di poetico avrà ben poco. Leggerete la cronistoria perfetta degli eventi, scandita per giorni, ore, minuti. Il maestro ci apparirà così fragile, oppresso da una malattia che renderà i suoi silenzi ancora più pesanti per il lettore, ci sentiremo avvolgere da una sorta di offuscamento, degli occhi e della ragione, perché capiremo che la causa reale della sconfitta del meijin, sarà un’arrendevolezza incapace di sfidare i limiti umani dati dal malessere fisico. Nel libro si è continuamente sballottati da una solida concretezza ad un delicato lasciar intendere delle emozioni, da un’austerità e sacralità dei luoghi a una becera rivendicazione giornalistica dei contenuti vissuti dal maestro e dal suo avversario. Ho avuto l’impressione che Kawabata stesso fosse combattuto e oppresso dalla consapevolezza che i nuovi scrittori, avrebbero cancellato quell’ideale di delicatezza ed estetica propri della cultura giapponese, a favore di una cultura pop, più forte, più diretta e in molti casi cruda.

Alla fine del libro troverete un ampio glossario e una spiegazione convincente sull’arte del go ad opera di Raffaele Rinaldi, se il libro vi farà venire voglia di iniziare a giocare, avrete quindi i primi rudimenti per imparare a farlo.

nouvelles-prix-nobel-japonais-yasunari-kawabata-premiere-neige-sur-le-mont-fujiVoglio spendere due parole in più e spiegarvi cosa si intende con Hon’inbo: essa fu la prima e più importante delle quattro famiglie di giocatori di go che dal 1612, grazie allo shogun Tokugawa Ieyasu, e lungo tutto il periodo Tokugawa, abbero un ruolo istituzionale nel diffondere e studiare il go. Il primo rappresentante della famiglia fu il monaco Sansa, (ma non c’entra il trono di spade!), il quale adottò il nome H. dalla
torretta del tempio in cui viveva, il ventunesimo e ultimo per via dinastica Shusai. Per estensione, il termine H. indicava anche colui posto al vertice della casata, un incarico assegnato a vita che consentiva fra l’altro di designare il proprio successore. Solo in mancanza di un successore, la carica veniva assegnata tramite un torneo. Nel momento in cui diventavano H., i giocatori prendevano i voti buddhisti e cambiavano nome (la prassi del nome è in voga ancora oggi). Nel 1938 Shusai cedette la carica alla neonata Associazione giapponese di go, e da allora il termine H. indica il titolo conferito ai vincitori degli omonimi tornei annuali, perdendo in questo modo la sua connotazione dinastica.
Kawabata Yasunari nasce a Osaka nel 1899 e muore suicida nel 1972. Nel 1968 gli viene
assegnato il premio nobel per la letteratura. Vi lascio con la citazione del primo capitolo del libro, due paginette dove viene già svelata la fine del romanzo, non vi toglierò quindi il piacere della scoperta perché vi accorgerete leggendolo, che questo romanzo è un cammino verso il rispetto e la consapevolezza di sé.

Ja ne!

Romina

L’immagine di copertina è di proprietà dell’autrice del blog.

Le immagini dell’ articolo invece sono tratte da Google.

Capitolo primo

Il maestro Shusai, ventunesimo discendente della famiglia degli Hon’inbo, morì la mattina del 18 gennaio del quindicesimo anno dell’era Showa, presso l’albergo Urokoya di Atami. Aveva sessantasette anni, secondo la cronologia kazoedoshi.

Il 18 gennaio è una data che la gente di Atami facilmente ricorda. Qui si celebra infatti proprio il giorno prima la festa dedicata allo scrittore Koyo, che nel romanzo il demone dorato ambienta una scena sulla spiaggia di Atami. Koyo fa dire al suo personaggio Kan’ichi: “ricordate e celebrate la luna di questa notte, di questo mese”.

E l’anniversario della morte del maestro cade il giorno successivo alla festa. In questa ricorrenza vengono sempre organizzati molteplici eventi culturali, ma nell’anno della morte del maestro le celebrazioni furono particolarmente grandiose. Furono ben tre, infatti, i letterati scomparsi ai quali vennero offerti riti di commemorazione: oltre allo stesso koyo anche Takayama Chogyu e Tsubouchi Shoyo, che con Atami avevano intessuto profondi legami. La cittadinanza rese onore anche a tre scrittori che negli anni precedenti avevano consacrato Atami nelle loro opere: Takeda Toshihiko, Osagiri Jiro e Hayashi Fusao.

Trovandomi ad Atami, presi parte alla festa.

La sera del 17 il sindaco tenne un banchetto al Juraku, dove io alloggiavo. Poi all’alba del giorno 18, venni svegliato da una telefonata che mi informava della morte del maestro. Mi recai immediatamente all’Urokoya a porgergli l’estremo omaggio. Feci poi ritorno al mio alloggio, e dopo colazione mi recai alla tomba si Shoyo, in compagnia di alcuni scrittori e di autorità cittadine, e vi deposi dei fiori; quindi vagai nel giardino dei susini.

Successivamente partecipai a un banchetto che si teneva in un padiglione del giardino, il Bushoan, alzandomi da tavola prima che fosse finito. Tornai all’Urokoya dove fotografai il volto del maestro defunto e infine assistetti alla traslazione delle sue spoglie a Tokyo.

Il maestro era giunto ad Atami il 15 gennaio e il 18 era morto. Quasi fosse andato lì per morire. Mi ero recato a trovarlo al suo albergo il giorno 16 e avevo giocato con lui due partite a shoji. Quella sera stessa, dopo che mi fui congedato, le sue condizioni si aggravarono all’improvviso. Quelle furono dunque le sue ultime partite a shoji, un gioco che amava molto. E così proprio io mi trovai ad essere il suo ultimo avversario a shoji e il cronista della sua ultima competizione di go (aveva deciso che fosse la sua partita d’addio); fui sempre io, infine, a fotografare il suo volto da morto.

La mia frequentazione del maestro era iniziata quando il quotidiano “Tokyo nichinichi” (che oggi ha cambiato nome in “Mainichi”) mi aveva inviato come cronista alla partita del ritiro. Sebbene fosse un incontro organizzato da un giornale, l’evento risultò grandioso, senza precedenti. La competizione ebbe inizio il 26 giugno in un locale nel parco di Shiba, il koyokan, e terminò il 4 dicembre a Ito, presso il Dankoen. Quell’unica partita di go durò perciò quasi metà anno. Si disputarono in totale quattordici incontri. La mia cronaca dell’evento venne pubblicata dal giornale in sessantaquattro puntate. In realtà bisogna tener conto anche di una lunga interruzione, tre mesi da metà agosto a metà novembre, causata dalla malattia che colpì il maestro in piena competizione. Eppure fu proprio la sua grave malattia a conferire a quella gara una drammaticità più alta. Parve allora, infatti, che fosse stata la partita stessa a sottrarre vita al maestro. Non si riprese mai più e un anno dopo morì.

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